Canti Goliardici
Inno Universitario
Il testo qui riportato è quello di Kindleben (1781), di cui oggi circolano diverse varianti ed ampliamenti (nell'Inno della Goliardia Italiana, seconda e terza strofa sono invertite).
Gaudeamus igitur iuvenes dum sumus. [bis]
Post iucundam iuventutem
post molestam senectutem
nos habebit humus! [bis]
Vita nostra brevis est, brevi finietur, [bis]
venit mors velociter,
rapit nos atrociter,
nemini parcetur. [bis]
Ubi sunt qui ante nos in mundo fuere? [bis]
Vadite ad superos
transite ad inferos
hos si vis videre. [bis]
Vivat academia, vivant professores! [bis]
Vivat membrum quodlibet,
vivant membra quaelibet,
semper sint in flore. [bis]
Vivant omnes virgines faciles, formosae! [bis]
Vivant et mulieres
tenerae, amabiles,
bonae et laboriosae. [bis]
Vivat et respublica et qui illam regit! [bis]
Vivat nostra civitas,
maecenatum charitas,
quae nos hic protegit. [bis]
Pereat tristitia, pereant osores! [bis]
Pereat diabolus,
quivis antiburschius,
atque irrisores. [bis]
Quis confluxus hodie academicorum? [bis]
E longinquo convenerunt,
protinusque successerunt
in commune forum. [bis]
Alma Mater floreat quae nos educavit [bis]
caros et commilitones,
Dissitas in regiones
sparsos congregavit. [bis]
Traduzione
Spassiamocela dunque, finché siamo giovani.
Dopo l'allegra gioventù,
dopo la scomoda vecchiaia
ci riceverà la terra!
La nostra vita è breve, in breve finirà
arriva la morte in un lampo
ci strappa crudelmente
non risparmierà nessuno.
Dove sono quelli che prima di noi furono nel mondo?
Andate verso i cieli
passate per gli inferi
se vuoi vederli.
Evviva l'accademia, evviva i professori!
Viva qualunque membro,
viva tutti i membri,
siano sempre in pieno vigore.
Viva tutte le ragazze, disponibili, attraenti!
viva anche le donne
tenere, amabili,
buone, laboriose.
Viva anche lo Stato e chi lo governa
viva la nostra civiltà
la generosità dei mecenati
che qui ci protegge
Alla malora la tristezza, alla malora chi ci odia!
alla malora il diavolo
ogni retrivo
ed i denigratori
Che riunione di accademici c'è oggi?
Da lontano sono convenuti
e in breve si sono riuniti
in comune assemblea.
Evviva l'Alma Mater che ci educò
alla stima e alla collaborazione
anche se disseminati
in regioni distanti, ci aggregò.
La confessione di Golia
1. æstuans intrinsecus ira vehementi
in amaritudine loquor meæ menti:
factus de materia, levis elementi
similis sum folio, de quo ludunt venti.
Sconvolto nel profondo da un forte turbamento
nel pieno dell’amarezza parlo per me stesso:
fatto di materia, di un elemento leggero
sono simile alla foglia, con cui giocano i venti.
2. Cum sit enim proprium viro sapienti
supra petram ponere sedem fundamenti,
stultus ego comparor fluvio labenti
sub eodem tramite nunquam permanenti.
Pur essendo proprio dell’uomo saggio
porre sopra la roccia salde fondamenta,
io, stolto, mi paragono a un fiume che scorre
e non si ferma mai presso lo stesso corso.
3. Feror ego veluti sine nauta navis,
ut per vias aëris vaga fertur avis;
non me tenent vincula, non me tenent clavis.
quæro michi similes, et adiungor pravis.
Mi lascio portare come una nave senza equipaggio,
come si fa portare un uccello vagante per le vie del cielo;
non mi trattengono le catene, non mi trattengono le porte,
cerco chi mi é simile, e mi unisco ai malvagi.
4. Michi cordis gravitas res videtur gravis;
iocus est amabilis dulciorque favis;
quicquid Venus imperat, labor est suavis,
quæ nunquam in cordibus habitat ignavis.
La serietà d’animo mi sembra un serio guaio;
il gioco mi piace, più dolce del miele;
tutto ciò che Venere comanda, é una piacevole fatica,
poiché lei non abita mai nei cuori inerti.
5. Via lata gradior more iuventutis,
inplicor et vitiis immemor virtutis,
voluptatis avidus magis quam salutis,
mortuus in anima curam gero cutis.
Percorro la via facile com’é proprio dei giovani,
mi avvolgo nei vizi immemore della virtù,
avido di piacere più che della salvezza,
morto nell’anima mi curo del corpo.
6. Presul discretissime, veniam te precor,
morte bona morior, dulci nece necor,
meum pectus sauciat puellarum decor,
et quas tactu nequeo, saltem corde moechor.
O nobilissimo vescovo, imploro il tuo perdono,
affronto una buona morte, mi uccide una dolce ferita,
mi trafigge il cuore la bellezza delle fanciulle,
e quelle che non riesco a toccare, almeno le godo col pensiero.
7. Res est arduissima vincere naturam,
in aspectu virginis mentem esse puram;
iuvenes non possumus legem sequi duram
leviumque corporum non habere curam.
E’ impresa difficilissima vincere la propria natura,
mantenere la mente pura alla vista di una vergine;
a noi giovani é impossibile seguire il rigido precetto
che ci impone di trascurare i loro corpi tanto belli.
8. Quis in igne positus igne non uratur?
quis Papiæ demorans castus habeatur,
ubi Venus digito iuvenes venatur,
oculis illaqueat, facie predatur?
Chi mai, posto nel fuoco, non ne verrà bruciato?
Chi mai, stando a Pavia, puo definirsi casto,
dove Venere cattura i giovani con un cenno,
li affascina con gli occhi e li conquista con il viso?
9. Si ponas Hippolytum hodie Papie,
non erit Hippolytus in sequenti die.
Veneris in thalamos ducunt omnes viæ,
non est in tot turribus turris Alethie.
Se si ponesse il casto Ippolito oggi a Pavia,
non sarebbe più il casto Ippolito domani.
Ogni strada qui conduce al talamo di Venere
e non vi è fra tante torri la torre di Castità.
10. Secundo redarguor etiam de ludo,
sed cum ludus corpore me dimittit nudo,
frigidus exterius, mentis estu sudo;
tunc versus et carmina meliora cudo.
La seconda colpa che confesso è la mia passione per il gioco;
ma quando esso mi lascia nudo
e all’esterno infreddolito, mi sento l’animo infiammato;
compongo proprio allora i miei canti migliori.
11. Tertio capitulo memoro tabernam:
illam nullo tempore sprevi neque spernam,
donec sanctos angelos venientes cernam,
cantantes pro mortuis: "Requiem eternam."
Il mio terzo peccato è di frequentare l’osteria:
non l’ho mai disprezzata e non lo faro mai,
finché vedrò discendere i santi cori angelici
che per i morti intonano: ’ ’Riposino in eterno"
12. Meum est propositum in taberna mori,
ut sint vina proxima morientis ori;
tunc cantabunt lætius angelorum chori:
"Sit Deus propitius huic potatori."
E’ mia intenzione morire all’osteria,
perché il vino mi sia accanto nel momento del trapasso;
allora con più gioia canteranno i cori angelici:
"Dio sia propizio a questo bevitore".
13. Poculis accenditur animi lucerna,
cor imbutum nectare volat ad superna.
michi sapit dulcius vinum de taberna,
quam quod aqua miscuit presulis pincerna.
Con i bicchieri si accende la luce dello spirito,
l’animo, ebbro di nettare, vola sino al cielo.
Trovo più saporito il vino dell’osteria
di quello che il coppiere del vescovo mescola con l’acqua.
14. Loca vitant publica quidam poetarum
et secretas eligunt sedes latebrarum,
student, instant, vigilant nec laborant parum,
et vix tandem reddere possunt opus clarum.
Ci sono poeti che evitano di stare fra la gente
e preferiscono sedi nascoste ed appartate;
studiano, lavorano, vegliano e faticano non poco,
e alla fine creano a stento un’opera che valga.
15. Ieiunant et abstinent poetarum chori,
vitant rixas publicas et tumultus fori,
et ut opus faciant, quod non possit mori,
moriuntur studio subditi labori.
Le schiere dei poeti si sottopongono a digiuno ed astinenza,
evitano la folla e il chiasso della piazza
e per creare un’opera immortale
si ammazzano di studio, schiavi della fatica.
16. Unicuique proprium dat Natura munus:
ego numquam potui scribere ieiunus,
me ieiunum vincere posset puer unus.
sitim et ieiunium odi tamquam funus.
La natura assegna a ciascuno il proprio talento:
io non sono mai riuscito a scrivere a digiuno;
quando sono digiuno potrei essere vinto da un fanciullo solo.
Odio la fame e la sete così come la morte.
17. Unicuique proprium dat Natura donum:
ego versus faciens bibo vinum bonum,
et quod habent purius dolia cauponum;
vinum tale generat copiam sermonum.
La natura dà a ciascuno caratteristiche sue proprie:
per scrivere bei versi devo bere vino buono,
il migliore di cui le botti degli osti sono piene;
esso produce in me grande abbondanza di parole.
18. Tales versus facio, quale vinum bibo,
nichil possum facere nisi sumpto cibo;
nichil valent penitus, quæ ieiunus scribo,
Nasonem post calices carmine preibo.
Compongo versi tali, quale è il vino che bevo;
non riesco a creare nulla se non dopo aver mangiato.
Quanto scrivo a digiuno non possiede alcun valore,
mentre dopo aver bevuto vinco nel canto Ovidio stesso.
19. Michi numquam spiritus poetriæ datur,
nisi prius fuerit venter bene satur;
dum in arce cerebri Bacchus dominatur,
in me Phebus irruit et miranda fatur.
Io non mi sento mai ispirato,
se prima lo stomaco non si è ben riempito;
quando Bacco è signore della mente,
in me irrompe Apollo e canta versi meravigliosi.
20. Ecce mee proditor pravitatis fui,
de qua me redarguunt servientes tui.
sed eorum nullus estaccusator sui,
quamvis velint ludere sæculoque frui.
Ecco, io stesso ti ho confessato le colpe
di cui mi rimproverano i tuoi servi.
Ma nessuno di loro accusa mai se stesso,
sebbene se la spassino e si godano i piaceri della vita.
21. Iam nunc in præsentia præsulis beati
secundum dominici regulam mandati
mittat in me lapidem neque parcat vati,
cuius non est animus conscius peccati.
Orsù, davanti al santo vescovo,
secondo il precetto del Signore,
mi scagli la prima pietra e non risparmi questo poeta
chi ha la coscienza immune dal peccato.
22. Sum locutus contra me, quicquid de me novi,
et virus evomui, quod tam diu fovi.
vita vetus displicet, mores placent novi;
homo videt faciem, sed cor patet Iovi.
Ho detto contro di me tutto ciò che conosco
e ho rigettato il veleno che tanto a lungo ho alimentato.
Mi pento del passato e d’ora in poi mi atterrò ad una vita nuova;
l’uomo vede l’aspetto esteriore, ma il cuore è noto a Dio.
23. Iam virtutes diligo, vitiis irascor,
renovatus animo spiritu renascor;
quasi modo genitus novo lacte pascor,
ne sit meum amplius vanitatis vas cor.
Amo ormai la virtù e condanno il vizio;
rinnovato nell’animo, rinasco nello spirito
e quasi fossi appena nato mi nutro di un latte tutto nuovo,
affinché il mio cuore non sia più la sèntina di ogni vanità.
24. Electe Coloniæ, parce penitenti,
fac misericordiam veniam petenti,
et da penitentiam culpam confitenti;
feram, quicquid iusseris, animo libenti.
O nobile vescovo di Colonia, perdona al penitente,
concedi misericordia a chi chiede perdono,
assegna la penitenza a chi confessa le sue colpe;
accetterò di buon grado quanto mi imporrai.
25. Parcit enim subditis leo, rex ferarum
et est erga subditos immemor irarum;
et vos idem facite, principes terrarum:
quod caret dulcedine, nimis est amarum.
Il leone, che è il re degli animali, risparmia infatti
chi si piega e con i sottomessi abbandona la ferocia;
fate lo stesso anche voi, signori della terra:
il non aver dolcezza è il colmo dell’amaro.


